Tra diritto e politica, il caso Welby

Se leggerete, come vi invito a fare, le ultime tre pagine della sentenza con cui il giudice Angela Salvio ha deciso sul caso Welby, potreste avere una delle sensazioni che ho avuto io: rabbia, disgusto, pelle d’oca (ok, sono un papero, magari questa è normale)

Può affermarsi che il divieto di accanimento terapeutico è un principio solidamente basato sui principi costituzionali di tutela della dignità della persona [...] esso tuttavia sul piano dell’attuazione pratica del corrispondente diritto del paziente a “esigere” e a “pretendere” che sia cessata una determinata attività medica di mantenimento in vita [...] lascia il posto alla interpretazione soggettiva e alla discrezionalità [...]

perchè i concetti sui cui dovrebbe basarsi la valutazione di accanimento terapeutico sono

indeterminati e appartegono a un campo non ancora regolato dal diritto [...] i principi sono incerti e evanescenti, manca una definizione condivisa e accettata dei concetti di “futilità” del trattamento, di quando l’insistere con trattamenti di sostegno vitale sia ingiustificato o sproporzionato [...]

A me vengono due domande.

  • Qual è il grado di civiltà di un Paese che non si è dotato di un corpo organico di norme tali da evitare l’interpretazione soggettiva, la discrezionalità, l’inderteminatezza su temi come la vita e la morte? A cosa serve la politica, il Parlamento? A discutere di quale gabinetto debba accogliere gli escrementi di un suo membro? O a dare tutela a quello che riconosce (in Costituzione!) un diritto?
  • Di fronte a questa indeterminatezza, com’è possibile che l’interpretazione soggettiva “che conta” sia quella del medico, e non quella del paziente?

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